La “settimana santa” di Sanremo è appena terminata, con il suo carico di polemiche, considerazioni, gossip ma anche con il suo carico di musica. Quest’anno, quella che all’unanimità è stata definita “la rivelazione” è Lucio Corsi, che rivelazione davvero non è se consideriamo che il suo primo EP, “Vetulonia Dakar” è del 2014 e che già nel giugno di quello stesso anno è salito sul palco di MI AMI Festival a Milano. Diciamo che più che rivelazione è stato un segreto ben custodito sinora, e infatti ho già sentito da più parti qualcuno affermare di essere un poco dispiaciuto o dispiaciuta che “Lucio non sia più solo nostro”. Ma l’ho sentito affermare sempre e solo con grande affetto, con quell’affetto con cui i bambini ti mostrano aprendo solo poco poco le mani il loro sasso preferito, per farlo vedere a te ma non proprio a tutti. Solo che, salendo sul palco di Sanremo, quel sasso così prezioso lo hanno visto proprio tutti. E meno male.

Lucio Corsi è quello che è salito sul palco di Sanremo con gli abiti che aveva già messo in tanti dei suoi concerti, con quello stile un po’ Bowie, un po’ alieno del glam rock (il paragone è alto, lo so, ma non è fuori luogo, riportato al contesto), con i sacchetti di patatine infilati dentro le maniche per mantenerle gonfie. Lucio Corsi è quello che dopo la prima serata ha fatto uscire un video zeppo di citazioni da cogliere, irresistibile per i figli degli anni ’80 come me e forse un po’ retrò per chi come lui ha il 1993 come anno di nascita. Lucio Corsi è quello che dichiara di avere un fratello e una sorella, Era Corsi e Enea Corsi, che chiama con nome e cognome e che sono cani. Che voglio dire, come fai a non amarlo uno così? Come fai a non volergli bene?
Lucio Corsi è quello che abitava in Maremma, in campagna, in un casale. In una zona bonificata che prima era palude e che adesso ha mantenuto una zona paludosa come area protetta dove ci sono i fenicotteri rosa tutto l’anno. E qui arrivo a volergli bene per questioni personali (ma ho la sensazione che ciascuno possa trovare la sua “questione personale” per voler bene a Lucio Corsi), perché da poco ho scelto una casa in campagna, un casale, vicino ad una riserva protetta in una zona paludosa con i fenicotteri rosa (in una parte diversa d’Italia). Lucio Corsi è quello che riesce a vedere la bellezza di Milano, nonostante le sue brutture. Proprio come la vedo io.

Ascoltatevi questa intervista, è del 2020.

Ma adesso facciamo un passo indietro e facciamo un po’ di storia.

Dalle radici maremmane ai riflettori nazionali

Lucio Corsi è nato il 15 ottobre 1993 a Vetulonia, un piccolo borgo nella Maremma toscana. La madre, Nicoletta Rabiti, è pittrice, mentre il padre, Marco Corsi, ha svolto vari lavori, tra cui operatore per la Rai, muratore e artigiano del cuoio La passione per la musica anche, così lui racconta, dalla visione del cult movie “The Blues Brothers”. Dopo il diploma al liceo scientifico “Guglielmo Marconi” di Grosseto nel 2012, Lucio decide di trasferirsi a Milano.

Gli Esordi: tra EP e album concettuali

Nel capoluogo lombardo, Lucio inizia a esibirsi nei locali underground, attirando l’attenzione per il suo stile che fonde glam rock, folk e testi surreali. Il 29 aprile 2014 pubblica il primo EP, “Vetulonia Dakar”, seguito a breve distanza da “Altalena Boy” nel 2015. Questi due lavori vengono successivamente raccolti nell’album “Altalena Boy/Vetulonia Dakar”, uscito il 16 gennaio 2015 sotto l’etichetta Picicca Dischi e distribuito da Sony Music. Il 27 gennaio 2017, Corsi pubblica “Bestiario musicale”, un concept album composto da otto tracce, ognuna dedicata a un animale tipico della Maremma. Questo lavoro mette in luce la sua capacità di creare narrazioni fiabesche, consolidando la sua reputazione come uno dei cantautori più promettenti della scena italiana.

“Cosa faremo da grandi?” e “La gente che sogna”

Nel 2019, Lucio firma con Sugar Music e il 17 gennaio 2020 esce “Cosa faremo da grandi?”, prodotto da Francesco Bianconi dei Baustelle e Antonio Cupertino. L’album esplora temi legati alla crescita personale e alle aspirazioni future, mantenendo intatta la sua poetica distintiva, la sua propensione per le favole, la sua voglia di sognare. Voglia di sognare – appunto – che il 21 aprile 2023 porta alla pubblicazione di “La gente che sogna”, terzo album in studio che amplia ulteriormente i suoi orizzonti sonori, incorporando elementi pop e rock in arrangiamenti raffinati.

Questa è una delle sue favole più belle, “Amico vola via”, dall’album “Cosa faremo da grandi?”

Sanremo e “Volevo essere un duro”

Che cosa ha fatto Lucio Corsi sul palco di Sanremo, lo sappiamo tutti. Sconosciuto alla grande massa del popolo sanremese, è riuscito a farsi amare con una canzone che parla di fragilità, di allontanamento dalla cultura della performance a tutti i costi, di come non occorre “essere un duro” ma di quanto sia belle essere “nient’altro che Lucio”. Non mi dilungherò su cosa è accaduto a Sanremo, che è l’evento musicale in assoluto più coperto e raccontato.

Una nota però la merita non solo il suo look, ma anche la strumentazione che ha scelto: l’ultima sera, sul palco, aveva con sé una chitarra Wandré, un pezzo di storia musicale dell’Emilia-Romagna.
Queste chitarre, simbolo di creatività e innovazione nel panorama musicale italiano, sono nate a Cavriago negli anni ’50, create dal liutaio Antonio Pioli e note per il loro design innovativo e distintivo, realizzate con una particolare attenzione alla qualità artigianale.
Ognuna di esse riflette non solo la passione per la musica, ma anche una profonda ricerca estetica. Sono state utilizzate da alcuni dei più noti musicisti della scena nazionale e internazionale da Frank Zappa, ai Nomadi, a Guccini e catturarono anche l’attenzione di Bob Dylan.
Wandrè (dal soprannome di Pioli, che poi ha dato il nome allo strumento) non è stato solo un maestro liutaio, ma anche un partigiano, animato da ideali di libertà e giustizia. A “prestare” la chitarra a Lucio Corsi è stato infatti il collettivo Partigiani di Wandrè, un gruppo di cultori della produzione di Pioli, che ne tiene viva la memoria, artistica e personale. Il Museo internazionale e biblioteca della musica di Bologna ha festeggiato il suo ventennale, lo scorso anno, con una mostra dedicata a Wandrè, curata da Marco Ballestri con la collaborazione di Oderso Rubini e I Partigiani di Wandrè, della Regione e col sostegno di Assimusica di Cremona. E anche qui, come si fa a non voler bene a uno che fa scelte così?

Il video del brano sanremese, poi, è una vera chicca. È un gioco di citazioni in cui i più hanno visto Micheal Jackson, Ritorno al Futuro e L’Esorcista. Ma io ci vedo anche gli Aerosmith di Walk This Way, quando nel video con i Run DMC escono dal poster appeso alla parete, e il Tenacious D di “The Pick of Destiny”. Questa è una chicca, è un film che in Italia è arrivato con il titolo Tenacious D e il destino del rock. Nel video di “Kickapoo” si attinge alla scena tanto in voga in quegli anni del ragazzino sgridato dai genitori perché ascolta “la musica del Diavolo”. Il ragazzino, chiuso in cameretta, si rivolge a Dio (no, non quello che pensate voi: Ronnie James Dio – Se non sapete chi è, questo sì che è sacrilegio) per ricevere conforto e supporto. E ci vedo anche i Twisted Sister di “We’re Not Gonna Take It”. Che voglio dire, ancora una volta, come fai a non volere bene a uno che ti cita i Twisted Sister?

Il Tour

Come era prevedibile, il tour di Lucio Corsi è andato rapidissimamente sold out dopo la sua apparizione a San Remo. Anche la nuova data aggiunta all’Alcatraz di Milano il 4 maggio, data che si aggiunge a quella già prevista – e sold out – del 29 aprile, ha esaurito i biglietti in pochi minuti. Ecco tutte le date del tour. Nella locandina, tra l’altro, ha una canotta di Iggy Pop. Come si fa a non volergli bene?